giovedì 13 febbraio 2014

NESSUN CORAGGIO - Perchè i politici italiani non riescono

Dibattiti inutili anzichè fatti


Dalle colonne del Neue Zürcher Zeitung propongo la lettura del segg. articolo che ritengo pragmatico circa gli attuali attori della politica italiana.


Fonte: Neue Zürcher Zeitung


venerdì 3 gennaio 2014

Il Paese più bello del mondo

Il Paese più bello del mondo


che non sa della propria immensa ricchezza 
(si può sempre imparare..e anche in fretta)








BUON ANNO ITALIANI

Luca Scandroglio

mercoledì 6 novembre 2013

Battere la Crisi. Si puo?





Quale stato d'animo dovrebbe abitare i giovani oggi?

Il problema dell'Italia è economico o politico?


Parto da queste due domande per riflettere su come guarderemo indietro e vedremo la crisi che se n'è andata. Credo che ci siano delle possibilità di superare questo momento, che comunque se ne andrà come gli altri. Ma come?
Mi pare di vedere qualche tratto del problema dell'Italia oggi. Vedo un sistema impresa tenace e combattivo, imprenditori che rischiano tutto e si dedicano al lavoro duro, col tipico genio italiano di reinventarsi continuamente e diversamente, che tutti nel mondo ci invidiano. Vedo anche imprenditori incapaci di reinventarsi ma molto bravi ad approfittare della situazione politica del paese (che c'è da almeno 20 anni e che la crisi ha solo reso più pungente) e delle vittime che quest'ultima miete: coloro che il mercato da solo lo affronterebbero, ma se ci si mette anche il legislatore è un 2 contro 1, serve Davide contro Golia. Non tutti sono come Davide.
Allora il problema dell'Italia è politico o economico? Io credo sia politico. Il mercato, comunque vadano le cose, il suo lavoro (pulito o sporco) lo fa sempre.
Chi invece non lavora sono coloro che della politica hanno fatto una professione (un paradosso clamoroso), l'unica per cui non ci sono controllori (ci sarebbero),  l'unica per cui il pensionamento dovrebbe arrivare decisamente molto presto; perchè non dopo 5 anni? E torna da dove sei venuto. Hai fatto quello che dovevi fare.

Quando si parla di costi della politica le orecchie si drizzano. É incredibile come siano state aggredite le istituzioni locali riguardo i costi: il comune di Busto Arsizio a seguito della manovra d'Agosto nel solo 2011 riceve dallo stato centrale 800.000 € in meno, circa 10 € in meno per abitante! Questa è la strada per tagliare gli sprechi o i servizi?

L'aspetto più interessante è che quando si parla di riforme non necessariamente si parla di costi: le riforme a costo zero esistono (es: http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1002567.html).
Costano zero €, ma tanto GIOVANE CORAGGIO.



lunedì 22 agosto 2011

L'Italia è tra i paesi fondatori dell' Unione Europea?


MARIO MONTI (Varese, 19 Marzo 1943) è un economista italiano che stimo molto. credo abbia una capacita di analisi e di lettura della realta al di fuori del comune, densa di sapere scientifico ma allo stesso tempo di umiltà.

è stato commissario europeo alla concorrenza (1999-2004) ed ha portato in europa, con la sua "statura", grande valore per il nostro paese.

per chi se lo fosse perso tra la sabbia e gli ombrelloni, riporto l'editoriale comparso sul corriere  che fotografa la convalescenza dei mercati, cogliendo spiragli di luce.

infine, condivido al 100% lo spirito europeista di monti e credo che l'europa sia un'eredità preziosa per noi giovani, da valorizzare e coltivare.



MERCATI, EUROPA E GOVERNO ITALIANO
Il podestà forestiero
di  MARIO MONTI 
I mercati, l'Europa. Quanti strali sono stati scagliati contro i mercati e contro l'Europa da membri del governo e della classe politica italiana! «Europeista» è un aggettivo usato sempre meno. «Mercatista», brillante neologismo, ha una connotazione spregiativa. Eppure dobbiamo ai mercati, con tutti i loro eccessi distorsivi, e soprattutto all'Europa, con tutte le sue debolezze, se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso almeno alcune delle misure necessarie.
La sequenza iniziata ai primi di luglio con l'allarme delle agenzie di rating e proseguita con la manovra, il dibattito parlamentare, la riunione con le parti sociali, la reazione negativa dei mercati e infine la conferenza stampa di venerdì, deve essere stata pesante per il presidente Berlusconi e per il ministro Tremonti. Essi sono stati costretti a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo, in modo disinvolto l'uno e molto puntiglioso l'altro, e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall'Europa.
Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l'ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un'Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un «governo tecnico». Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un «governo tecnico sopranazionale» e, si potrebbe aggiungere, «mercatista», con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.
Come europeista, e dato che riconosco l'utile funzione svolta dai mercati (purché sottoposti a una rigorosa disciplina da poteri pubblici imparziali), vedo tutti i vantaggi di certi «vincoli esterni», soprattutto per un Paese che, quando si governa da sé, è poco incline a guardare all'interesse dei giovani e delle future generazioni. Ma vedo anche, in una precipitosa soluzione eterodiretta come quella dei giorni scorsi, quattro inconvenienti.
Scarsa dignità . Anche se quella del «podestà forestiero» è una tradizione che risale ai Comuni italiani del XIII secolo, dispiace che l'Italia possa essere vista come un Paese che preferisce lasciarsi imporre decisioni impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno, anziché prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti. In questo, ci vorrebbe un po' di «patriottismo economico», non nel fare barriera in nome dell'«interesse nazionale» contro acquisizioni dall'estero di imprese italiane anche in settori non strategici (barriere che del resto sono spesso goffe e inefficaci, una specie di colbertismo de noantri ).
Downgrading politico . Quanto è avvenuto nell'ultima settimana non contribuisce purtroppo ad accrescere la statura dell'Italia tra i protagonisti della scena europea e internazionale. Questo non è grave solo sul piano del prestigio, ma soprattutto su quello dell'efficacia. L'Unione europea e l'Eurozona si trovano in una fase critica, dovranno riconsiderare in profondità le proprie strategie. Dovranno darsi strumenti capaci di rafforzare la disciplina, giustamente voluta dalla Germania nell'interesse di tutti, e al tempo stesso di favorire la crescita, che neppure la Germania potrà avere durevolmente se non cresceranno anche gli altri. Il ruolo di un'Italia rispettata e autorevole, anziché fonte di problemi, sarebbe di grande aiuto all'Europa.
Tempo perduto . Nella diagnosi sull'economia italiana e nelle terapie, ciò che l'Europa e i mercati hanno imposto non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d'Italia, da molti economisti. La perseveranza con la quale si è preferito ascoltare solo poche voci, rassicuranti sulla solidità della nostra economia e anzi su una certa superiorità del modello italiano, è stata una delle cause del molto tempo perduto e dei conseguenti maggiori costi per la nostra economia e società, dei quali lo spread sui tassi è visibile manifestazione.
Crescita penalizzata . Nelle decisioni imposte dai mercati e dall'Europa, tendono a prevalere le ragioni della stabilità rispetto a quelle della crescita. Gli investitori, i governi degli altri Paesi, le autorità monetarie sono più preoccupati per i rischi di insolvenza sui titoli italiani, per il possibile contagio dell'instabilità finanziaria, per l'eventuale indebolimento dell'euro, di quanto lo siano per l'insufficiente crescita dell'economia italiana (anche se, per la prima volta, perfino le agenzie di rating hanno individuato proprio nella mancanza di crescita un fattore di non sostenibilità della finanza pubblica italiana, malgrado i miglioramenti di questi anni). L'incapacità di prendere serie decisioni per rimuovere i vincoli strutturali alla crescita e l'essersi ridotti a dover accettare misure dettate dall'imperativo della stabilità richiederanno ora un impegno forte e concentrato, dall'interno dell'Italia, sulla crescita.
Mario Monti 
07 agosto 2011

martedì 12 luglio 2011

AIUTARE I GIOVANI A GUARDARE LONTANO

AIUTARE i giovani a guardare LONTANO: CHI SE NE OCCUPA? Le istituzioni sembrano impegnate a perseguire gli interessi di partito, dei partiti. Oggi sono i giovani i primi che tentano di occuparsi dei problemi dei loro coetanei, li condividono in pieno, ci sono dentro.
Il tessuto di RELAZIONI che i giovani sanno costruirsi nasce dalla consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca e abbiamo voglia di spiegare le vele e prendere il largo. Ma perché oggi "il largo" deve essere al di fuori della nostra patria?


Pubblico qui di seguito l'articolo di A. Rosina,  tratto da lavoce.info

I paesi in cui si dà più spazio e importanza all'innovazione sono anche quelli in cui i giovani hanno maggiori incentivi a essere autonomi, pienamente attivi e protagonisti nel mercato del lavoro. E sono anche i paesi che crescono di più. L'Italia non è tra questi. Non stupiamoci allora se più di quattro giovani italiani su dieci sono pronti ad andarsene all'estero alla prima occasione.

C'era un tempo un villaggio nel quale, a partire da un certo anno, iniziarono a nascere bambini con un secondo occhio. Alla nascita del primo bambino siffatto si pensò a uno scherzo della natura. Ma poi, dopo il secondo, il terzo e tutti gli altri, divenne evidente che si trattava di qualcosa di sistematico, che riguardava tutti i nuovi nati.

All’inizio i genitori rimasero interdetti, ma poi la questione estetica venne subito superata. In fondo il secondo occhio non li rendeva più brutti, erano solo un po' diversi rispetto ai genitori che ne avevano solo uno al centro della fronte. E poi anche i figli degli altri erano nelle stesse condizioni, quindi tutti ben presto se ne fecero una ragione. Cosa poi servisse quel secondo occhio non era chiaro. In fondo fino ad allora si era vissuti bene anche senza quel doppio dispositivo visivo. I vecchi saggi sentenziarono comunque che non serviva a nulla e che anzi i figli rischiavano di crescere distratti e confusi. Nessuno si preoccupò quindi di trovare il modo migliore di vedere con un occhio in più e i bambini crescendo si abituarono presto a tenerlo chiuso accontentandosi di osservare il mondo come facevano le vecchie generazioni.

In un villaggio vicino successe la stessa cosa, ma i vecchi erano lì più saggi e considerarono un dono per tutta la comunità il fatto che le nuove generazioni si trovassero con potenzialità visive aggiuntive rispetto ai padri. Cercarono di capire come aiutarli a sviluppare meglio tale dotazione innovativa e si trovarono alla fine con giovani che sapevano cacciare con più destrezza e costruire prodotti più raffinati rispetto ai loro genitori.

Il primo villaggio lo potremmo chiamare "conservazione del vecchio", il secondo "
promozione del nuovo". Quale dei due villaggi crescerà con più prosperità? Quale dei due assomiglia di più all’Italia di oggi?


LA RICERCA E L'INDIPENDENZA DEI GIOVANI

La figura 1 può aiutare a rispondere a questa domanda. Vi è rappresentata la relazione tra percentuale di giovani che dipendono economicamente dai propri genitori e spesa in ricerca e sviluppo su Pil. I due indicatori presentano un’insospettata forte associazione statistica. Senza avventurarsi in interpretazioni direttamente causali, ci accontentiamo semplicemente di notare come accada che i paesi in cui si dà più spazio e importanza all’innovazione siano accidentalmente anche quelli in cui i giovani sono maggiormente incentivati a essere autonomi, pienamente attivi e protagonisti nel mercato del lavoro. E sono anche i paesi che crescono di più. L’Italia, ovviamente, si posiziona nella parte meno favorevole del grafico. Non stupiamoci allora se, come risulta dall’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes, oltre quattro giovani italiani su dieci sono pronti ad andarsene all’estero alla prima occasione. Quando infatti varcano il confine il secondo occhio improvvisamente si riaccende e per loro di poter fare meglio e di più di quanto riuscivano a fare nella madre patria.

Figura 1. Giovani che dipendono economicamente dai genitori (asse verticale) e Spesa in R&S su Pil (asse orizzontale). Paesi Ue, anno 2007.



lunedì 6 giugno 2011

REFERENDUM SULL'ACQUA: I cittadini presi in giro

REFERENDUM SULL'ACQUA: I cittadini presi in giro



Un po' sbalordito (ma non troppo) e un po' amareggiato (un po' di più). La causa di tutto ciò è la grave DISINFORMAZIONE creata sui DUE QUESITI del referendum che si svolgerà il 12-13 Giugno 2011 riguardanti l'ACQUA. I promotori del referendum si sono affrettati a dare INDICAZIONI di voto ai cittadini, ma non si sono preoccupati di spiegare IL PERCHÈ è stato proposto un referendum (che costa) nè di delineare perlomeno sinteticamente il CONTENUTO dei quesiti referendari. Ad essi è bastato coniare lo SLOGAN "no alla privatizzazione dell'acqua" e niente più.
Io sono dell'idea che gli italiani non siano così deficienti da non poter comprendere qualcosa in più che non un misero slogan, ammesso che gliene sia data la possibilità e non si ricerchi l'inganno.

La partecipazione degli utenti ai processi decisionali non può avvenire sulla base di una eclatante disinformazione e sulla mistificazione politica.
Do quindi spazio, all'interno del mio blog, all'articolo scritto da Andrea Boitani e Antonio Massaruto e pubblicato sul sito www.lavoce.info che ritengo spieghi il contenuto dei due quesiti referendari sull'ACQUA con professionalità e con il livello più basso possibile di tecnicismi.
Buona INFORMAZIONE.

Luca SCANDROGLIO


REFERENDUM SULL'ACQUA: LE DOMANDE GIUSTE

Fonte: www.lavoce.info

Domande e risposte sui referendum numero 1 e 2. Non si prevede alcuna privatizzazione dell'acqua, ma la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l'universalità dell'accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili. Non è l'ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici a far salire i prezzi. E in ogni caso la tariffa dovrà continuare a coprire gli investimenti. Da evitare invece che contenga extraprofitti. La gestione dell'acqua è uno dei temi di cui si discuterà a Trento al Festival dell'economia, a cui parteciperà anche uno degli autori di questo articolo.


 Il quesito referendario n. 1 - modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica - così recita: Volete Voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e finanza la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?

PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA?

I promotori del quesito hanno giustificato la richiesta di abrogazione sostenendo che l’articolo 23-bis prevede laprivatizzazione dell’acqua.
In realtà, la proprietà della risorsa idrica non viene messa in discussione dalla legge, ma questo è addirittura banale. Ciò che conta davvero è che la legge non mette in discussione neppure la
 natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili: la responsabilità della fornitura continua a essere pubblica e sono i piani di gestione approvati da soggetti pubblici a decidere quali servizi offrire, quanti investimenti fare, quali obiettivi di miglioramento perseguire. L’eventuale coinvolgimento del privato è una scelta che si può descrivere così: il “condominio cittadino” ha bisogno di un idraulico per far funzionare il sistema di servizio, e deve decidere se assumerne direttamente uno alle sue dipendenze (affidamento “in house”) oppure affidare il compito a un professionista esterno. La legge non  richiede che il professionista esterno sia un privato, ma richiede che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. L’idraulico, chiunque esso sia (azienda pubblica o azienda privata), non è e non sarà mai il “padrone dell’acqua”: l’acqua appartiene ai cittadini, le infrastrutture appartengono ai cittadini, le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico, le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico. L’idraulico ha solo il compito di recapitarci l’acqua a casa, con le caratteristiche qualitative richieste affinché la possiamo usare e poi riprenderla per restituirla all’ambiente. Però, l’idraulico costa: il vincolo per il comune, qualunque modello scelga, è che le tariffe pagate dai cittadini coprano questi costi.
CON I PRIVATI ACQUA PIÙ CARA?
Uno dei leit-motiv dei referendari è che, con l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, il prezzo dell’acqua non potrebbe che salire. Ma il prezzo dell’acqua sale non perché la gestione sia privata, ma semmai perché è stata, per così dire, “defiscalizzata” a partire dal 1994, quando venne approvata la Legge Galli (legge 36/1994, forse la legge ad attuazione più ritardata della storia nazionale). In passato, e in parte ancora oggi, è stata la finanza pubblica a farsi carico (poco) degli investimenti, mentre la tariffa a stento copriva i costi operativi. Se il contributo della fiscalità generale viene meno, il gestore (chiunque esso sia, pubblico o privato) deve ottenere le risorse finanziarie dal mercato, o sotto forma di prestiti (capitale di terzi) o di equity (capitale proprio). Le regole tariffarie sono uguali per tutti e prevedono che la tariffa copra i costi di gestione, gli ammortamenti e il costo del capitale investito: questo vale sia per le gestioni pubbliche che per quelle dove c’è una qualsiasi forma di coinvolgimento privato.

CON I PRIVATI ACQUA PEGGIORE?

Un altro tema su cui insistono i referendari è che, con l’ingresso dei privati, non potremmo più essere sicuri dellaqualità dell’acqua che beviamo e che, quindi, le gestioni private metterebbero in pericolo la nostra salute. Ma la qualità dell’acqua – in tutti i sensi, compreso quello relativo agli scarichi depurati – è decisa dal regolatore pubblico. Non solo l’eventuale ingresso dei privati non farà peggiorare la qualità, ma potrà farla sensibilmente migliorare, anche tenendo conto del maggiore antagonismo tra regolatore e regolato. Con le gestioni pubbliche, il regolatore pubblico chiude più facilmente un occhio e anche l’opinione pubblica è spesso disposta a tollerare dal pubblico disfunzioni che mai tollererebbe da un privato. Basti citare la vicenda dell’arsenico: le gestioni coinvolte si dividono esattamente a metà tra pubbliche e private, ma quando capita ad Acea la si sbatte in prima pagina, quando invece capita alla gestione pubblica di Viterbo stranamente non ne parla nessuno. L’acqua del sindaco, chissà perché, è sempre ottima e abbondante, anche quando fa schifo. Va anche considerato che le tariffe sono congegnate in modo da premiare chi fa investimenti: il privato, se vuole guadagnare, deve investire. E infatti, i dati dimostrano che le gestioni privatizzate investono di più di quelle pubbliche, che invece sono più vincolate dall’obiettivo politico di tenere basse le tariffe.

EFFETTI COLLATERALI?

I referendari pensano all’acqua, però l’abrogazione della legge riporterebbe in vigore le normative pre-vigentinon solo per i servizi idrici, ma anche per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i trasporti locali, eccetera. Secondo quelle normative, la possibilità di affidamento dei servizi “in house”, al di fuori di un chiaro quadro di regolazione, era assai più ampia. L’articolo 23-bis, infatti limita l’affidamento “in house” a “situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”. In ogni caso, la legge che col referendum si potrebbe abrogare richiede che la scelta dell’affidamento “in house” vada motivata e trasmessa con una relazione all’Antitrust e all’autorità di settore (se esiste) che devono esprimere un parere (purtroppo non vincolante). Qualcuno, facendo spallucce, dice che, per i settori diversi dall’acqua, si potrebbe intervenire nuovamente ad abrogazione eventualmente avvenuta. Ma il quesito referendario riguarda un intero articolo di legge, che si occupa di tutti i servizi pubblici locali. Dovessero vincere i sì, la manifesta volontà degli elettori riguarderebbe tutti i servizi e non solo l’acqua. Perché il legislatore dovrebbe rispettare l’esito del referendum per l’acqua e tradirlo per altri settori?
Il quesito referendario n. 2 - determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito – chiede: Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?

SE IL PROFITTO VENISSE ABOLITO, L’ACQUA COSTEREBBE DI MENO?

Il quesito sembra motivato dall’idea una “adeguata remunerazione del capitale investito” comporti inevitabilmente prezzi dei servizi idrici maggiori. Se fosse vero che il prezzo aumenta per colpa del profitto, sarebbe vero anche per qualsiasi altra attività economica: anche le case, le automobili, il pane e gli abiti costerebbero di meno se fossero prodotti da un soggetto pubblico che non remunera il capitale investito. Ma la storia dell’Unione Sovietica smentisce questa credenza. Dobbiamo intenderci sul significato di “profitto”. In un mercato concorrenziale, rappresenta il costo-opportunità del capitale e il premio per l’imprenditore che riesce a produrre lo stesso valore degli altri con costi più bassi (o un valore più alto agli stessi costi). In un mercato monopolistico non regolato, il profitto è gonfiato dalla rendita di monopolio. Nel settore idrico le possibilità di sfruttare la concorrenza sono limitate alla fase di affidamento del servizio (da quattro a dieci volte in un secolo, diciamo), ma una buona regolazione può aiutare non poco. Del resto, non basta non fare profitti per costare poco: un’impresa che non remunera il capitale, ma ha personale in eccesso o affida consulenze d’oro agli amici dell’assessore, alla fine, potrebbe costare di più. Se la regolazione è costruita in modo che il profitto rappresenti l’eventuale premio per l’impresa che si dà da fare per ridurre i costi, il cittadino ne può trarre beneficio.
Attualmente il “metodo normalizzato” per il calcolo della tariffa idrica prevede che il costo del capitale da imputare alla tariffa sia calcolato in modo forfetario al 7 per cento del valore del capitale investito: questa scelta è arbitraria e discutibile. Quel 7 per cento non è “profitto”, ma ingloba in sé gli interessi passivi sui finanziamenti che l’azienda riceve dal mercato, e copre in parte il rischio di impresa. Viene riconosciuto a tutte le gestioni e non solo a quelle private. È vero che il valore del 7 per cento, fissato arbitrariamente nel 1996, quando ancora c’era la lira, rappresenta un valore ormai privo di qualsiasi riferimento con il “vero” costo del capitale che le gestioni sostengono. Ad ogni modo, il quesito referendario abolirebbe l’inciso relativo alla “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ma non il principio, stabilito dallo stesso articolo 154 comma 1 una riga dopo, in base al quale la tariffa deve garantire la copertura dei costi, comprensivi degli investimenti. Dire che la tariffa deve coprire gli investimenti significa che, in ogni caso, il costo del capitale dovrà essere coperto: con cosa si ripagherebbero i debiti contratti con le banche, altrimenti? E se questo capitale fosse capitale di rischio (equity), il suo costo è rappresentato dall’utile netto aziendale. Quello che dovrebbe invece essere evitato (ma non serviva certo il referendum per ribadirlo) è che la tariffa contenga “extraprofitti”, ossia remunerazioni eccessive rispetto al costo-opportunità del capitale e al premio per il rischio.

L’ACQUA DIVENTERÀ UN BENE DI LUSSO?

Gli effetti distributivi non vanno mai trascurati: è giusto preoccuparsene, ma senza allarmismi e senza confusioni. Oggi spendiamo circa 90 euro/anno pro capite e a regime potrebbero diventare il 20 per cento in più, con l’attuazione dei piani di gestione esistenti. Volendo proiettare a lungo termine le tariffe davvero necessarie per un equilibrio di lungo periodo si potrebbe arrivare a 140-150 euro pro-capite. Non sono cifre irrisorie, sebbene si tratti pur sempre di 50 centesimi al giorno. Oltre tutto, questi valori medi oscillano da una realtà all’altra e l’incidenza sui redditi può essere molto diversa, considerando che poiché l’acqua è un bene essenziale, i ricchi ne consumano quanta i poveri. Il tema dell’incidenza tariffaria non va certamente banalizzato, ma può essere affrontato in modo adeguato, costruendo strutture tariffarie diverse da quella attuale. Un conto è dire che i ricavi da tariffa (complessiva) devono coprire i costi totali, un altro conto è discutere di come costruirla. Ad esempio, si potrebbero introdurre quote fisse significative parametrate ai valori catastali in modo da ridurre l’incidenza sulle fasce sociali più deboli. Si può anche pensare a forme integrative di intervento della finanza pubblica, finalizzate a garantire che l’accesso al mercato dei capitali avvenga a condizioni più vantaggiose, e quindi con un minore impatto sulla tariffa.

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